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Marche

Radicati, duri, tenaci. I marchigiani sono così. Rivelano, da sempre, uno spiccato senso individualista che li porta ad agire in solitaria. Che li spinge a sviluppare singolarmente le proprie idee. Sono laboriosi e intelligenti. Sono acuti ragionatori, ostinatamente legati alla realtà campestre. La vita contadina di un tempo li ha spinti a rafforzare una scaltra intellettualità. Li ha condotti a maturare una pratica manualità, ma anche a condurre una vita isolata. Raccolti in comunità riservate, hanno dato vita a quei minuscoli centri che sopravvivono in un tempo sospeso. Sono borghi, comuni, piccoli paesi arrampicati sulle colline. Sono i campanili che dipingono il panorama regionale. Spesso lontani dalle più facili rotte tracciate dalla quotidiana modernità, tengono viva la fiamma del passato. Una luce che non si estingue, che arde grazie al desiderio di uomini e donne che non si arrendono ad una società povera, che troppo spesso si mostra vacua e superficiale.

Sono i custodi di un territorio unico, fatto di mare e colline. Di luoghi che disegnano bellezza ed armonici contrasti. L’Adriatico esibisce senza pudore le sue increspature. Emoziona e rasserena.
Azzurro, screziato di bianco. A volte quieto, talvolta furioso. Si fonde alla sabbia dagli accoglienti toni coloniali e dai caldi vapori estivi. Ma, a pochi passi, il respiro della terra. Le falesie e la macchia
marittima lasciano spazio ai luoghi della campagna. Olivi, viti, girasoli e grano tingono i luoghi dell’entroterra. Verde, marrone e giallo. L’ocra dei campi arati.

Qui vive in equilibrio tra gli elementi l’uomo: pesca e coltiva, caccia e raccoglie. Il territorio ha tutto. Le valli che degradano al mare raccontano di uomini che da secoli si dedicano all’agricoltura. Ma un’attenzione particolare è da sempre rivolta alla viticoltura, protagonista di un articolato sistema regionale che consegna vini irripetibili. Realizzati valorizzando uve di vitigni autoctoni (Verdicchio,
Biancame, Passerina, Pecorino, Sangiovese, Montepulciano, Aleatico, Lacrima e Vernaccia Nera tanto per citare i principali), sono figli di un’alta frammentazione territoriale.

Sono estensioni produttive medie di poco superiori all’ettaro che consegnano agli amanti numerose proposte vinicole. In passato tutti per tradizione producevano vino: era un alimento. Era necessario per acquisire calorie per i lavori campestri.

Ma se fino agli anni Settanta non ci furono stravolgimenti importanti, la svolta vera e propria nei vigneti marchigiani avvenne negli anni Ottanta quando iniziò una solida rivalutazione del patrimonio ampelografico esistente nei diversi territori regionali. Un lavoro importante, che oggi consegna al mercato molteplici produzioni tutelate da riconoscimenti IGT, DOC e DOCG per un totale di 706 mila ettolitri di vino prodotto su poco più di 9000 ettari di superficie.

Sono vini, ma raccontano storie di uomini e di colline, di sudore e di fatica. Ricordano il radicato attaccamento territoriale dei suoi protagonisti e il solido legame con la tavola, per le svariate specialità nascoste all’interno di ciascun borgo.

Sono vini, ma non solo. Sono complici alleati per mettersi in viaggio alla scoperta delle Marche.

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